Storia di Benedetta

Spesso gli uomini pensano che il dolore sia una prova dell’inesistenza di Dio; tuttavia sappiamo che è la libertà dell’uomo a provocare gli orrori di cui spesso siamo spettatori. E Dio? Sta a guardare? No, Dio manda il suo Figlio, che si fa uomo con gli uomini. Benedetta Bianchi Porro nella sua vita ha ripercorso quella di Cristo, la storia ossia del dolore che sboccia in canto e in festa perché la morte è sconfitta per sempre. Benedetta nasce l’8 agosto 1936 a Milano. Nonostante già da bambina avesse problemi fisici evidenti dovuti alla poliomelite (zoppicava vistosamente), esclamava ad 8 anni : “Che bello vivere!!”. Sogna un matrimonio felice, da principessa, come nelle favole, ma i ragazzi che la corteggiano fuggono appena la vedono camminare (i ragazzi la chiamano “la zoppetta”, e lei risponde “Beh, è la verità”). Inizia ad avere i primi disturbi che le prefigurano la grande malattia che la affliggerà ma con tenacia li passa tutti; ciò nonostante, avverte un senso di vuoto che anche il migliore ottimismo non può vincere. La sordità peggiora ma non le impedisce di iscriversi alla Facoltà di Medicina a soli 17 anni. Frequenta anche l’Istituto per Sordomuti, che le permette di capire il labiale; all’esame di anatomia il professore, accortosi della sua sordità, le buttò il libretto contro la porta esclamando: “Ah! Figuriamoci! Chi ha mai visto un medico sordo!?”; è l’ennesima umiliazione costretta a subire. A 21 anni inizia a perdere gradualmente la vista; durante un’operazione all’orecchio le recidono il nervo facciale e metà faccia rimane paralizzata. Ma Benedetta si dimentica sempre di sé e vive preoccupandosi degli altri: inizia così il suo canto d’amore in mezzo al dolore; Benedetta incontra Dio. Un’operazione al midollo la costringerà al letto; perde man mano il gusto il tatto, l’odorato. Tutto le viene tolto, tutto ritrova in Dio: è questo il miracolo di Benedetta. Nel deserto silenzioso della sua malattia, Benedetta è felice! Nel ’58 scrive: “Io penso che cosa meravigliosa è la vita. Io credo all’amore disceso dal cielo e alla sua Croce gloriosa. Si, io credo all’amore”. Benedetta ha incontrato Gesù e l’ha incontrato nella Croce; ha capito che il crocifisso è un’inondazione d’amore nel deserto della cattiveria umana. Imitare Gesù Cristo è amarlo. La vita di Benedetta continua così, tra mille sofferenze, ma lei ogni giorno che passa acquista sempre più serenità e gioia, tant’è che molti vanno da lei per trovare gioia e consolazione. E’ un mistero tanto grande che nemmeno il padre sa spiegarselo, tanto da essere quasi arrabbiato con la figlia; un grazie di Benedetta però lascia dissipare ogni dubbio. In lei c’è la dimora di Dio. Già, il grazie. Nonostante la sua condizione Benedetta ne dice tanti; sono grazie che convertono, che fanno tornare Dio nei cuori di chi era lontano da Lui. L’avventura mistica di questa imitatrice di Cristo si conclude a soli 28; sentendosi avvicinare alla fine Benedetta non pianse, ma gioì per aver dato tutto al Signore e a chi la circondava e testimoniò che il Vangelo è vero fino all’ultima sillaba. Per questo motivo la sua ultima parola fu : «Grazie!».

Fino all’ultimò desiderò però rispondere ad un giovane disabile che scrisse una lettera disperata su Epoca; potrà essere la risposta ai nostri dubbi, ai nostri interrogativi e alle nostre incertezze; eccola:

"Caro Natalino, in Epoca è stata riportata una tua lettera. Attraverso le mani la mamma me l’ha letta. Sono sorda e cieca, perciò le cose, per me, diventano abbastanza difficoltose. […]Fino a tre mesi fa godevo della vista;ora è notte. Però nel mio calvario non sono disperata. Io so che in fondo alla via, Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini.
Ho trovato che Dio esiste ed è Amore, Fedeltà, Gioia, Fortezza, fino alla consumazione dei secoli... Le mie giornate non sono facili; sono dure, ma dolci, perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio.
Lui mi sorride e accetta la mia cooperazione con Lui.
Ciao, Natalino, la vita è breve; passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui, per giungere in Patria.
Ti abbraccio.
Tua sorella in Cristo"

Benedetta


Scritto da: Andrea

Mens sana in corpore sano

Nell’era della fisicità, cosa chiediamo al nostro corpo?

di Flaminia Morandi

malato
Mens sana in corpore sano non è un proverbio cristiano. Un corpo malato, deforme, ributtante, scoordinato, una testa scombinata possono benissimo essere la dimora di un santo. Ermanno lo Storpio non poteva stare in piedi né camminare o stare seduto su una sedia. Le sue dita erano troppo rattrappite per scrivere. Il suo palato troppo deformato per parlare, e le poche parole che uscivano erano stente e difficili a capirsi. I medici del suo tempo, novecento anni fa, lo avevano dichiarato deficiente. I suoi genitori, non sapendo che farne, lo avevano mandato in monastero a Reichenau, sul lago di Costanza. Non si sa in virtù di quale psicoterapia religiosa, che forse si chiama preghiera, la mente di Ermanno cominciò ad aprirsi. Non che i suoi mali migliorassero; non che avesse imparato a star seduto o a camminare; ma forse perché tutti gli volevano bene, lo Storpio prese passione a studiare, e studiò matematica, greco, arabo, latino, astronomia e musica. Con l’aiuto di un amico, quello che poi scrisse la sua biografia, cominciò a scrivere trattati. Ma soprattutto compose inni: il più famoso è il Salve Regina con la melodia a canto fermo, che si canta ancora oggi in tutte le chiese cattoliche del mondo.

Benedetta Bianchi Porro era una ragazza romagnola di Dovadola, nostra contemporanea. A dieci anni comincia a star male: prima le duole un piede, poi la testa, poi diventa zoppa, poi non riesce più a stare eretta. A sedici anni diventa sorda: all’inizio la scambiano per una malattia nervosa. “Cosa importa?”, dice. “Un giorno forse non capirò più niente di quello che gli altri dicono. Ma sentirò sempre la voce della mia anima: è quella che devo seguire”. Ciò nonostante s’iscrive a medicina, e sarà lei stessa a diagnosticare la sua malattia di cui nessuno capisce nulla: neurofibromatosi diffusa, una forma tumorale che conduce alla perdita progressiva di tutti i cinque sensi. È in queste condizioni che scopre la sua vocazione: “io credo nell’amore”. Il giorno della sua morte chiama sua madre e le dice: “Mamma, mettiti in ginocchio e ringrazia Dio per me per tutto quello che mi ha dato”. Se il corpo potesse parlare, scriveva Teodoreto di Ciro, esso direbbe all’anima: siamo andati insieme nel cammino della vita, e senza di me non hai potuto far nulla. Con me hai accumulato il tesoro delle virtù. Insieme all’anima - cioè alla psiche, ai sentimenti, alla volontà, alla memoria - il corpo è il luogo della nostra santificazione, della nostra divinizzazione, diceva Ireneo di Lione.

Il corpo di un cristiano è una chiamata, la cui risposta è la vita eterna. Se l’uomo si sottrae, si rifiuta, cerca solo in sé la propria identità, magari curando e allenando istericamente il proprio corpo, la carne diventa chiusa, separata, sigillata dalla morte. Se l’uomo accetta, se include anche la cura e l’allenamento del corpo nella preghiera, se ogni fatica diventa un’offerta, la luce divina invade ogni angolo del corpo e dell’anima, intride i sensi, inzuppa la psiche, riveste la carne, e la persona diventa bella. La vita nello Spirito rende belli, e la bellezza è il senso della vita spirituale. Ermanno e Benedetta, per esempio, sono stati bellissimi.

Flaminia Morandi
da Nuovo Progetto febbraio 2006



Della stessa autrice:
Piccoli principi
Chi sei tu?
A che serve?
Lo Sconosciuto

Fonte: www.giovanipace.org

Benedetta Bianchi Porro

Benedetta Bianchi Porro
Poco meno di ventotto anni di vita, ma la breve esperienza umana di Benedetta Bianchi Porro - della quale è in corso il processo di beatificazione - rappresenta una delle più luminose testimonianze di fede del nostro tempo.

Gli eventi esterni che contrassegnano l'esistenza di Benedetta - nata a Dovàdola (Forlì) l' 8 agosto del 1936 - sono molto scarni e, in pratica, si possono riassumere negli studi di medicina all'Università di Milano (dal 1953 al 1959: studi poi interrotti sul finire per gravi motivi di salute) e in alcuni pellegrinaggi (a S. Giovanni Rotondo per incontrare padre Pio, nel 1958, e a Lourdes nel 1962 e nel 1963).

Il segno distintivo della vita di Benedetta è stato, in realtà, il lungo calvario personale, attraverso il quale essa disegna la parabola del suo cammino di purificazione e trasfigurazione cristiana del dolore.

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Le sofferenze cominciano per Benedetta fin dalla nascita: nel novembre del 1936 è colpita da poliomielite.Poi, nell'adolescenza, le sempre più dure prove: il busto ortopedico per evitare malformazioni alla schiena (1949); l'intervento correttivo al piede (1951); i primi sintomi di sordità (1952); con successivi infruttuosi tentativi di sedute psicoterapeutiche (1955-1956); l'intervento per l'accorciamento del femore sinistro (1955) e, infine (1957), la diagnosi di neurofibromatosi diffusa (morbo di Recklinghausen). Da questo momento si moltiplicheranno le operazioni e i ricoveri: asportazione di un neurinoma dell'acustico, con successive complicanze (resezione, per errore, del 7° nervo cranico sinistro); plastica facciale e intervento di anastomosi spino-facciale sinistra (1957); vertigini e difficoltà di deambulazione (1958); principio di paresi agli arti inferiori e intervento di laminectomia, con complicanze operatorie - paresi totale degli arti inferiori e paralisi dello sfintere vescicale (1959) -; ascessi multipli e estrazioni dentarie (1962); segni di perdita visiva bilaterale; intervento di deviazione ventricolo-cava superiore; cecità completa (1963). La morte coglie Benedetta a Sirmione il 23 gennaio 1964.

Il percorso di questa vita di sofferenze - documentata da diari, lettere e testimonianze raccolte da parenti e amici (riuniti nell'Associa- zione Amici di Benedetta, con sede a Forlì, in via Pedriali 18) - è un esempio di come si possa amare Dio e l'uomo, vivendo giornate "eternamente lunghe e buie", ma "pur dolci di un'attesa infinitamente più grande del dolore" (a padre Gabriele [Casolari], luglio 1963). La lucida consapevolezza di Benedetta nell'abbandonarsi al mistero di Dio; la spontaneità e la tenerezza di sentimenti nel comunicare stati d'animo, avanzamenti ed ostacoli della sua esperienza di fede;

lo slancio della sua carità per cercare sempre meglio, con Gesù crocifisso, di "abitare negli altri" danno, in realtà, la misura di come si sia intensamente e gioiosamente consumata quest'esistenza e del dono di grazia concesso alla Chiesa attraverso di essa.

Benedetta bianchi porro
Ogni volta che si rilegge la vita di Benedetta si resta stupefatti, come dinanzi a un provvidenziale mistero, che mentre rende palpabile la nostra pochezza o la nostra mancanza di coraggio, esalta la sua fede totale e il suo indomito zelo nello spendersi per il Signore e per gli altri. Ecco perché da lei possiamo imparare - a saperci mettere sulla sua lunghezza d'onda spirituale - la fatica del viaggio che bisogna compiere per arrivare davvero a credere e la luce che inonda la vita ogni volta che facciamo un passo importante verso quella meta.

Da questo punto di vista, la vita di Benedetta appare come una sorprendente festa della luce. Non perché evidentemente manchino nella sua esperienza quotidiana - che, da un certo momento in poi, è stata tutta una "via crucis" - momenti di buio e di paura, ma perché la sua continua crescita nella fede le ha sempre aperto il cuore allo stupore per le meraviglie di Dio, nel mondo e nella sua stessa vita, anche quando guardate dall'abisso della malattia e della notte interiore.

Questo è il segno profondo della santità di Benedetta: non solo aver sopportato pazientemente la sua croce, ma averla abbracciata con amore, lasciandosi trasfigurare dalla carità di Cristo. Così ha saputo vedere tutto con occhi nuovi, candidi e luminosi. Così tutto è diventato per lei grazia e speranza, gioia e ringraziamento.

Fonte: www.testimonideltempo.it

Intervista a Corrado Bianchi Porro

di Jacopo Guerriero



corrado Bianchi Porro
Che ricordo hai di Benedetta, cosa ha significato per te starle accanto durante la sua malattia?

Non ho mai avuto una percezione particolare di Benedetta nella sofferenza anche se ricordo adesso che me lo chiedi che a volte, negli ultimi tempi, mentre la imboccavo (qualche volta non restava nessuno a casa e mi capitava di farlo) dovevo tenere in mano un fazzoletto per asciugarle le lacrime che scendevano dall'occhio sinistro per gli spasimi della sofferenza. Eppure, sinceramente nella vicenda di Benedetta, che pure doveva sembrare spaventosa a chi la vedeva per la prima volta (paralizzata, sorda, cieca, col nervo facciale leso) per noi piccoli di casa (magari a volte però ci si abitua alle situazioni più tragiche), la sofferenza non era la cosa più evidente. Era (posso dirlo?) semmai quella segreta gioia, tranquilla, sicura, che ci dava fiducia nella vita. Se devo essere sincero (lo sono ma non so se colgo nel vero) il sentimento più profondo di ingiustizia e di sofferenza (parlo di un ragazzetto di 14-15 anni) che ricordo era quando l'accompagnavo al pianoforte in quei lunghi pomeriggi d'estate assolati. Benedetta era già sorda e non sentiva il suono se non nella memoria. Si faceva accompagnare al piano per tenere in esercizio le dita, come quando, dopo mangiato, io le facevo da bastone umano, accompagnandola in lunghi e lenti giri attorno alla tavola da pranzo, per cercare di tenere in esercizio le gambe, prima che si fermasse del tutto. Ecco, quei suoni che uscivano dal piano come un lamento, a me parevano lancinanti grida non dico d'ingiustizia perchè questo non siamo mai stati abituati a pensarlo, ma di dolore, di tenerezza, di infinite domande senza risposte. Eppure, noi piccoli di casa, Benedetta ci aiutava a guardare più in là, ad accettare il limite di non sapere tutto e di ringraziare di quello che non sappiamo di avere. Mai ho avuto noia della vita vicino a lei o la sensazione del dolore universale del mondo. Ho avuto la sensazione di non capire, ma che una risposta ci fosse, di questo mai lei ha dubitato e così ha insegnato a noi.

Una volta, a una giornalista che ti chiedeva cosa significa confrontarsi con una sorella che sta per diventare beata, tu hai risposto:" Cosa significa per te essere figlia di Dio? Benedetta non è più mia sorella di quanto non lo sia tu". E' una cosa che mi ha colpito molto.. Come sei riuscito a scoprire, nel dolore di tua sorella, il segno di Dio, la sua grazia?

Un tempo credevo che se fossi vissuto ai tempi di Gesù sarebbe stato più facile riconoscerlo. Adesso incomincio a dubitarne, anche perchè mi conosco meglio. Sarei stato anch'io tra i dubbiosi, tra gli incerti, certamente tra gli interessati. Ma poi, me ne sarei andato via col mio granello di saggezza. Aspettiamo, mi sarei detto. E di fronte al fallimento della croce me ne sarei tornato a casa magari sconsolato. Se fossi vissuto ai tempi di Gesù. Come se questi non fossero i Suoi tempi. Come se questo non fosse il tempo in cui mi interroga. Cosi, certamente non posso che essere felice di aver incontrato nella mia vita Benedetta. È stata preziosa per me e potrà esserlo per altri. Come sono nati i libri su Benedetta? Vedendo che qualcuno che aveva ricevuto una lettera, l'aveva conservata perché gli diceva qualcosa d'importante. È la casa. La casa è dove c'è la storia e la storia è dove c'è qualcosa che ti dà le radici, il senso di vivere. Ma la storia di Benedetta nasce dalle radici di Gesù e nulla sarebbe senza di Lui. Così Benedetta mi rimanda, ci rimanda ancora all'unico incontro risolutivo, tanto infinito che è capace persino di ridare senso anche ai miei buffoneschi articoli di economia su cui lavoro ogni giorno.

"Io credo che solo il dolore ingigantisca il nostro amore per Lui (?). L'odio è nella morte e l'amore è nella vita; ma bisogna soffrire vicino alla croce per capirlo". Sono parole tratte dall'ultima lettera che ti ha indirizzato Benedetta. Un itinerario di fede così luminoso che attualità può avere oggi?

Ho letto recentemente le poesie della Glück in cui ella fa parlare Dio. Quando vi ho fatti, vi amavo (scrive la poetessa di origine ebraica): adesso vi compatisco e ancora: "non state soffrendo perché vi siete toccati, ma perché siete nati, perchè richiedevate una vita separata da Me. Ero qui prima. Prima che tu fossi qui. Prima che tu abbia piantato un giardino o la zizzania. E sarò qui, quando rimarranno solo il sole e la luna..." Sono poesie splendide, ma alle quali manca, se qualcosa manca, il senso della croce. Per me la croce (è questo che mi ha insegnato Benedetta) è la riconciliazione di tutto. Dio non è più triste in questo giardino. È l'unico senso possibile seppure nascosto alla sofferenza innocente, al dolore e all'anoressia del mondo. Senza trionfalismi, perchè Qualcuno che ti dia la vita per fartene ritrovare il senso, è capace solo di commuovere dentro.

C'è molta pietà popolare nei confronti di Benedetta?

Si. Perché non è estranea al nostro dolore. Perchè conosce bene la nostra stanchezza, i nostri debiti. Perché ci sopporta e ci è amica, sempre. Perchè ci insegna il lievito della pazienza e dell'attesa anche quando vorremmo sapere tutto e subito. Perché il paradiso non è poi, alla fin dei conti, così difficile da immaginare


Fonte: www.testimonideltempo.it