Intervisrte

Intervista a Corrado Bianchi Porro

di Jacopo Guerriero



corrado Bianchi Porro
Che ricordo hai di Benedetta, cosa ha significato per te starle accanto durante la sua malattia?

Non ho mai avuto una percezione particolare di Benedetta nella sofferenza anche se ricordo adesso che me lo chiedi che a volte, negli ultimi tempi, mentre la imboccavo (qualche volta non restava nessuno a casa e mi capitava di farlo) dovevo tenere in mano un fazzoletto per asciugarle le lacrime che scendevano dall'occhio sinistro per gli spasimi della sofferenza. Eppure, sinceramente nella vicenda di Benedetta, che pure doveva sembrare spaventosa a chi la vedeva per la prima volta (paralizzata, sorda, cieca, col nervo facciale leso) per noi piccoli di casa (magari a volte però ci si abitua alle situazioni più tragiche), la sofferenza non era la cosa più evidente. Era (posso dirlo?) semmai quella segreta gioia, tranquilla, sicura, che ci dava fiducia nella vita. Se devo essere sincero (lo sono ma non so se colgo nel vero) il sentimento più profondo di ingiustizia e di sofferenza (parlo di un ragazzetto di 14-15 anni) che ricordo era quando l'accompagnavo al pianoforte in quei lunghi pomeriggi d'estate assolati. Benedetta era già sorda e non sentiva il suono se non nella memoria. Si faceva accompagnare al piano per tenere in esercizio le dita, come quando, dopo mangiato, io le facevo da bastone umano, accompagnandola in lunghi e lenti giri attorno alla tavola da pranzo, per cercare di tenere in esercizio le gambe, prima che si fermasse del tutto. Ecco, quei suoni che uscivano dal piano come un lamento, a me parevano lancinanti grida non dico d'ingiustizia perchè questo non siamo mai stati abituati a pensarlo, ma di dolore, di tenerezza, di infinite domande senza risposte. Eppure, noi piccoli di casa, Benedetta ci aiutava a guardare più in là, ad accettare il limite di non sapere tutto e di ringraziare di quello che non sappiamo di avere. Mai ho avuto noia della vita vicino a lei o la sensazione del dolore universale del mondo. Ho avuto la sensazione di non capire, ma che una risposta ci fosse, di questo mai lei ha dubitato e così ha insegnato a noi.

Una volta, a una giornalista che ti chiedeva cosa significa confrontarsi con una sorella che sta per diventare beata, tu hai risposto:" Cosa significa per te essere figlia di Dio? Benedetta non è più mia sorella di quanto non lo sia tu". E' una cosa che mi ha colpito molto.. Come sei riuscito a scoprire, nel dolore di tua sorella, il segno di Dio, la sua grazia?

Un tempo credevo che se fossi vissuto ai tempi di Gesù sarebbe stato più facile riconoscerlo. Adesso incomincio a dubitarne, anche perchè mi conosco meglio. Sarei stato anch'io tra i dubbiosi, tra gli incerti, certamente tra gli interessati. Ma poi, me ne sarei andato via col mio granello di saggezza. Aspettiamo, mi sarei detto. E di fronte al fallimento della croce me ne sarei tornato a casa magari sconsolato. Se fossi vissuto ai tempi di Gesù. Come se questi non fossero i Suoi tempi. Come se questo non fosse il tempo in cui mi interroga. Cosi, certamente non posso che essere felice di aver incontrato nella mia vita Benedetta. È stata preziosa per me e potrà esserlo per altri. Come sono nati i libri su Benedetta? Vedendo che qualcuno che aveva ricevuto una lettera, l'aveva conservata perché gli diceva qualcosa d'importante. È la casa. La casa è dove c'è la storia e la storia è dove c'è qualcosa che ti dà le radici, il senso di vivere. Ma la storia di Benedetta nasce dalle radici di Gesù e nulla sarebbe senza di Lui. Così Benedetta mi rimanda, ci rimanda ancora all'unico incontro risolutivo, tanto infinito che è capace persino di ridare senso anche ai miei buffoneschi articoli di economia su cui lavoro ogni giorno.

"Io credo che solo il dolore ingigantisca il nostro amore per Lui (?). L'odio è nella morte e l'amore è nella vita; ma bisogna soffrire vicino alla croce per capirlo". Sono parole tratte dall'ultima lettera che ti ha indirizzato Benedetta. Un itinerario di fede così luminoso che attualità può avere oggi?

Ho letto recentemente le poesie della Glück in cui ella fa parlare Dio. Quando vi ho fatti, vi amavo (scrive la poetessa di origine ebraica): adesso vi compatisco e ancora: "non state soffrendo perché vi siete toccati, ma perché siete nati, perchè richiedevate una vita separata da Me. Ero qui prima. Prima che tu fossi qui. Prima che tu abbia piantato un giardino o la zizzania. E sarò qui, quando rimarranno solo il sole e la luna..." Sono poesie splendide, ma alle quali manca, se qualcosa manca, il senso della croce. Per me la croce (è questo che mi ha insegnato Benedetta) è la riconciliazione di tutto. Dio non è più triste in questo giardino. È l'unico senso possibile seppure nascosto alla sofferenza innocente, al dolore e all'anoressia del mondo. Senza trionfalismi, perchè Qualcuno che ti dia la vita per fartene ritrovare il senso, è capace solo di commuovere dentro.

C'è molta pietà popolare nei confronti di Benedetta?

Si. Perché non è estranea al nostro dolore. Perchè conosce bene la nostra stanchezza, i nostri debiti. Perché ci sopporta e ci è amica, sempre. Perchè ci insegna il lievito della pazienza e dell'attesa anche quando vorremmo sapere tutto e subito. Perché il paradiso non è poi, alla fin dei conti, così difficile da immaginare


Fonte: www.testimonideltempo.it