Articoli

Dovadola: il cardinale Ruini ricorda Benedetta, in attesa della 'canonizzazione'

ruini-dovadola-250
FORLI' - Visita nel forlivese per il cardinale Camillo Ruini. Il potete ex presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana) è giunto in Romagna per partecipare alle celebrazioni indette a Dovadola per la "venerabile" Benedetta Bianchi Porro. Ruini si è intrattenuto con il vescovo della diocesi di Forlì-Bertinoro, monsignor Lino Pizzi, ed ha anche fatto una sosta in piazza Papa Giovanni Paolo II, di fronte al duomo di Forlì. Ruini ha poi celebrato la messa solenne a La chiesa della Badia, nel piccole comune sulle colline forlivesi, era gremita di pubblico da ogni parte del paese. Il vicario generale della diocesi, don Dino Zattini, ha espresso a chiare lettere l'auspicio che la Chiesa possa al più presto "canonizzare" Benedetta. La ragazza nata nel 1936 a Dovadola e morta 27 anni dopo a Sirmione a seguito di un tumore che lei stessa si era diagnosticata studiando medicina, è già stata dichiarata ‘venerabile' dal pontefioce Giovanni Paolo II nel 1993: il passo successivo sarebbe quello della beatificazione, per il quale occorre la testimonianza del compimento di un miracolo.

Qui puoi trovare una bellissima galleria di Foto


Fonte:
Romagnaoggi.it

Ruini a Dovadola: 'Benedetta ha percorso la strada giusta del dolore verso Dio'

Il cardinale, presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana, ha definito così la giovane venerabile Bianchi Porro durante la Messa alla chiesa della Badia stracolma di persone

Dovadola, 25 gennaio 2010 - «Per il suo lungo cammino di sofferenza, Benedetta Bianchi Porro ha vissuto un’esperienza che l’ha portata a capire la vera e autentica concezione umanistica dell’uomo. Infatti, per lei il dolore non è un fatto negativo o un assurdo, come crede gran parte della cultura di oggi, ma è qualcosa che appartiene alla vita e soprattutto qualcosa che fa capire di più noi stessi e ci aiuta ad aprirci a Dio, al Dio cristiano dell’amore».
Il cardinale Camillo Ruini, già presidente della Cei e attuale presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana, ha definito così la giovane venerabile, ricordata ieri nella chiesa della Badia di Dovadola, stracolma di pellegrini provenienti da ogni parte d’Italia. Alla solenne concelebrazione eucaristica, presieduta dal cardinale, hanno partecipato anche numerose autorità, fra cui il prefetto Angelo Trovato, i vice sindaci di Dovadola e Forlì, Fausto Mancini e Gabriella Tronconi, due carabinieri in alta uniforme, la sorella di Benedetta Emanuela e i fratelli Gabriele e Corrado.
All’inizio della messa, il parroco di Dovadola, don Alfeo Costa, ha ringraziato il cardinale della sua presenza, «anche se il giorno successivo impegnato in missione pontificia in Brasile». Il vicario generale della diocesi, don Dino Zattini, ha chiesto a Ruini «d’inserire il messaggio di Benedetta nel Progetto culturale della Cei, che consiste nel suo accettare la volontà di Dio anche nel dolore e nel vivere la carità negli altri».
Il vicario ha espresso anche il desiderio di tutti «che la Chiesa canonizzi presto Benedetta». E’ seguito il pranzo presso il ristorante ‘Rosa Bianca’ dell’associazione Amici di Benedetta. Nata a Dovadola l’8 agosto 1936, Benedetta morì a Sirmione il 23 gennaio 1964 a soli 27 anni per un tumore che lei stessa aveva diagnosticato nel 1957 studiando medicina a Milano.
Nel 1971 è stata aperta dal vescovo di Forlì la causa di beatificazione e nel 1993 il Papa Giovanni Paolo II l’ha dichiarata venerabile, il gradino prima della beatificazione, per la quale occorre un miracolo. Dovadola ha dedicato alla sua ‘santa’ varie strutture, fra cui la Fondazione museo di opere e scritti, le scuole e l’hospice. Ieri mattina il cardinale Ruini ha sostato a Forlì in piazza Papa Giovanni Paolo II per un momento di preghiera e di ricordo del Pontefice davanti al Duomo, nella settimana in cui inizia la novena della Madonna del Fuoco. Era accompagnato da don Giovanni Amati ed era presente Alessandro Rondoni, promotore dell’intitolazione della piazza a Giovanni Paolo II.
Fonte:
Il Resto del Carlino

Mens sana in corpore sano

Nell’era della fisicità, cosa chiediamo al nostro corpo?

di Flaminia Morandi

malato
Mens sana in corpore sano non è un proverbio cristiano. Un corpo malato, deforme, ributtante, scoordinato, una testa scombinata possono benissimo essere la dimora di un santo. Ermanno lo Storpio non poteva stare in piedi né camminare o stare seduto su una sedia. Le sue dita erano troppo rattrappite per scrivere. Il suo palato troppo deformato per parlare, e le poche parole che uscivano erano stente e difficili a capirsi. I medici del suo tempo, novecento anni fa, lo avevano dichiarato deficiente. I suoi genitori, non sapendo che farne, lo avevano mandato in monastero a Reichenau, sul lago di Costanza. Non si sa in virtù di quale psicoterapia religiosa, che forse si chiama preghiera, la mente di Ermanno cominciò ad aprirsi. Non che i suoi mali migliorassero; non che avesse imparato a star seduto o a camminare; ma forse perché tutti gli volevano bene, lo Storpio prese passione a studiare, e studiò matematica, greco, arabo, latino, astronomia e musica. Con l’aiuto di un amico, quello che poi scrisse la sua biografia, cominciò a scrivere trattati. Ma soprattutto compose inni: il più famoso è il Salve Regina con la melodia a canto fermo, che si canta ancora oggi in tutte le chiese cattoliche del mondo.

Benedetta Bianchi Porro era una ragazza romagnola di Dovadola, nostra contemporanea. A dieci anni comincia a star male: prima le duole un piede, poi la testa, poi diventa zoppa, poi non riesce più a stare eretta. A sedici anni diventa sorda: all’inizio la scambiano per una malattia nervosa. “Cosa importa?”, dice. “Un giorno forse non capirò più niente di quello che gli altri dicono. Ma sentirò sempre la voce della mia anima: è quella che devo seguire”. Ciò nonostante s’iscrive a medicina, e sarà lei stessa a diagnosticare la sua malattia di cui nessuno capisce nulla: neurofibromatosi diffusa, una forma tumorale che conduce alla perdita progressiva di tutti i cinque sensi. È in queste condizioni che scopre la sua vocazione: “io credo nell’amore”. Il giorno della sua morte chiama sua madre e le dice: “Mamma, mettiti in ginocchio e ringrazia Dio per me per tutto quello che mi ha dato”. Se il corpo potesse parlare, scriveva Teodoreto di Ciro, esso direbbe all’anima: siamo andati insieme nel cammino della vita, e senza di me non hai potuto far nulla. Con me hai accumulato il tesoro delle virtù. Insieme all’anima - cioè alla psiche, ai sentimenti, alla volontà, alla memoria - il corpo è il luogo della nostra santificazione, della nostra divinizzazione, diceva Ireneo di Lione.

Il corpo di un cristiano è una chiamata, la cui risposta è la vita eterna. Se l’uomo si sottrae, si rifiuta, cerca solo in sé la propria identità, magari curando e allenando istericamente il proprio corpo, la carne diventa chiusa, separata, sigillata dalla morte. Se l’uomo accetta, se include anche la cura e l’allenamento del corpo nella preghiera, se ogni fatica diventa un’offerta, la luce divina invade ogni angolo del corpo e dell’anima, intride i sensi, inzuppa la psiche, riveste la carne, e la persona diventa bella. La vita nello Spirito rende belli, e la bellezza è il senso della vita spirituale. Ermanno e Benedetta, per esempio, sono stati bellissimi.

Flaminia Morandi
da Nuovo Progetto febbraio 2006



Della stessa autrice:
Piccoli principi
Chi sei tu?
A che serve?
Lo Sconosciuto

Fonte: www.giovanipace.org